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domenica 18 giugno 2017

Grenfell Tower


Dopo il disastroso incendio del grattacielo londinese non so se commentare l’improvvida  trascuratezza dei progettisti e costruttori o la tragedia dei due giovani architetti italiani che vi sono periti. Cercherò di trattare in sintesi ambedue gli argomenti . Quanto ai grattacieli ho già espresso il mio parere sia in questo blog che sul mio libro L’altro architetto.  Sono edifici del primo novecento spacciati per ultramoderni solo in ragione del fatto che fanno pubblicità al committente, in genere appartenente al mondo finanziario globalizzato, che ha bisogno di apparire. Le giustificazioni del risparmio del suolo non reggono di fronte agli sperperi di quest’ultimo da tutte le parti e in particolare da noi.  Senza considerare fra l’altro che se un grattacielo è adibito a residenza, come in questo caso, occorrono tanti posti macchina per gli abitanti che annullano il beneficio del risparmio creando alla base dei non luoghi. Ho già espresso nel mio libro che in aree fortemente urbanizzate il ritorno all’isolato, naturalmente rivisitato, sarebbe auspicabile e che su un’area quadrata o rettangolare la volumetria in altezza è recuperabile sul perimetro con numerosi vantaggi. Il motivo della permanenza dell’ideologia delle torri è di altra natura e riguarda la psicologia del potere supportato dalla Tecnica. Detto questo si può affermare che già in partenza un’amministrazione che ammetta la costruzione in altezza senza limiti  si pone fuori dal fine dell’architettura che dovrebbe essere quello del benessere dell’abitante. Che dire poi delle teorie cui si rifà la bioarchitettura che predica di non elevarsi oltre il sesto piano per evitare squilibri eletromagnetici tanto più se le costruzioni sono in acciaio, come nel caso della Grenfell Tower. E’ evidente che la triplice condizione soggettiva di cura, attenzione e amore per costruire bellezza si va a far benedire e il risultato in questo caso è drammaticamente lampante. Purtroppo l’effetto del sine cura, oltre alla bruttezza che sempre coincide con l’insalubrità, a volte è anche la pericolosità perchè questa trascuratezza arriva fino alla scelta dei materiali e alla disattesa delle norme più elementari di sicurezza.  E’ evidente  poi che se l’edificio ha come destinatari  gli abitanti a basso reddito, come nel nostro caso, la trascuratezza diventa sciatteria e menefreghismo per cui tutto si giustifica con i costi e con il risparmio anche se poi si spreca sull’energia. Questo è quanto si può dire a proposito dei costruttori ed ora le indagini, sempre tardive, chiariranno le responsabilità.  Quasi per un destino crudele li sono rimasti vittime due giovani architetti italiani, espatriati in cerca di lavoro perché in Italia erano sottopagati, vittime di un’architettura malata e di una educazione e formazione altrettanto malata. E’ risaputo che i giovani architetti nel nostro paese ormai sono in sovrappiù, un architetto ogni 460 abitanti è il frutto di una università, anzi forse di un sistema scolastico staccato dalla realtà,  che non sa educare e non sa quello che propone,  vende patacche che servono solo ad aumentare la disoccupazione intellettuale giovanile. Tra l’altro benchè il nostro paese sia il paese della Bellezza, con il maggior numero di siti patrimonio universale dell’Unesco, queste facoltà, tuttora ancorate ad una visione astratta e demiurgica dell’architetto frutto di falsi miti legati all’economia del mattone e alle propagande mediatiche,  trascurano una formazione umanistica. Questo professionista è spesso spinto alla competizione quantitativa e alla originalità senza qualità  per progettare nuovi insediamenti anzichè porre attenzione al già costruito. Il nuovo invece è sempre opera dell’archistar di turno, prodotto mediatico che accontenta le manie di grandezza del committente e dei mass media asserviti. Dai primi segnali infatti a Milano, dopo l’esercitazione contro la città delle torri di Porta Volta e della ex Fiera, pare che l’occasione della riconversione degli scali ferroviari seguirà queste stesse logiche. Che dire dunque di queste due giovani vite spezzate ? Mi viene in mente l’apologo greco di Dedalo, architetto con manie di grandezza che  trasmette involontariamente al figlio Icaro e quando  insieme si alzano in volo con ali di cera si vede disobbedire, nonostante le sue raccomandazioni di non alzarsi troppo, e lo vede perire per aver sfidato il sole.